L’ultima consegna

Matteo aveva ventitré anni e da quasi due lavorava come fattorino a Milano. Non era il lavoro che aveva immaginato per il suo futuro, ma dopo la morte di sua madre aveva dovuto lasciare l’università e iniziare a guadagnare subito.

Tra tutti i clienti, ce n’era uno che ricordava più degli altri.

Si chiamava Vittorio. Aveva più di ottant’anni, viveva solo in un piccolo appartamento e ordinava quasi sempre la stessa cena.

La prima volta Matteo gli aveva semplicemente consegnato il sacchetto.

La seconda volta Vittorio gli aveva chiesto:

— Hai cinque minuti per un caffè?

Da quel giorno quei cinque minuti erano diventati una piccola abitudine.

Vittorio non aveva molti amici e parlava raramente della propria famiglia. Matteo aveva capito soltanto che molti anni prima aveva litigato con suo figlio e che da allora non si erano più rivisti.

Dietro il suo carattere orgoglioso, però, si nascondeva una profonda solitudine.

Una sera Matteo arrivò e trovò Vittorio particolarmente stanco.

— Entra — gli disse l’anziano. — Non voglio mangiare da solo oggi.

Matteo avrebbe dovuto continuare le consegne, ma guardò quell’uomo seduto davanti a una tavola vuota e decise di restare.

Mangiarono insieme.

Vittorio gli raccontò della sua giovinezza, di sua moglie scomparsa e dell’errore più grande della sua vita.

— Ho passato troppi anni aspettando che fosse mio figlio a chiedermi scusa — confessò. — Quando ho capito che avrei dovuto fare il primo passo, era troppo tardi.

Prima che Matteo andasse via, Vittorio chiese a un vicino di scattare loro una fotografia.

— Perché una foto? — rise Matteo.

— Per ricordare che almeno una sera non ho cenato da solo.

Quella fu l’ultima volta che si videro.

Pochi giorni dopo Matteo arrivò per una nuova consegna e trovò la porta chiusa. Una vicina gli comunicò che Vittorio era morto durante la notte.

Matteo rimase sconvolto.

Non erano parenti. Si conoscevano da pochi mesi.

Eppure sentiva di aver perso qualcuno di importante.

Passarono tre settimane.

Un pomeriggio ricevette una telefonata da uno studio legale.

L’avvocato gli chiese di presentarsi il giorno seguente.

Matteo era convinto che si trattasse di un errore.

Quando entrò nell’ufficio, un uomo elegante gli indicò una sedia.

Sul tavolo c’era una fotografia.

Era quella scattata durante l’ultima cena con Vittorio.

Matteo rimase senza parole.

— Il signor Vittorio Bianchi ha lasciato qualcosa per lei — spiegò l’avvocato.

Poi gli consegnò una busta.

All’interno c’era una lettera scritta a mano.

“Caro Matteo,

non so se nella vita incontriamo le persone per caso.

Tu non mi dovevi niente. Eppure ti sei seduto accanto a me quando avresti potuto semplicemente consegnare il cibo e andare via.

Mi hai fatto sentire di nuovo importante per qualcuno.

Non posso cambiare il passato, ma posso ancora fare qualcosa di buono con ciò che mi resta.”

Matteo dovette fermarsi.

L’avvocato gli spiegò che Vittorio aveva lasciato al giovane una somma sufficiente per permettergli di tornare all’università.

Ma c’era anche un’altra richiesta.

Vittorio voleva che una parte del denaro fosse utilizzata per creare un piccolo servizio destinato agli anziani soli della città.

Non soltanto consegne di cibo.

Compagnia.

Matteo accettò.

Tornò a studiare e, contemporaneamente, fondò un progetto chiamato “Una cena insieme”.

I volontari portavano pasti agli anziani, ma soprattutto restavano qualche minuto con loro.

Cinque minuti.

A volte dieci.

A volte un’intera cena.

Tre anni dopo Matteo si laureò.

Nel piccolo ufficio della sua associazione teneva ancora la fotografia con Vittorio.

Sotto aveva scritto una sola frase:

“Il tempo che regaliamo agli altri non è mai tempo perso.”

Matteo non diventò ricco grazie all’eredità.

Ottenne qualcosa di molto più importante.

Una direzione.

E l’ultima cena di un uomo solo finì per diventare la prima di migliaia di cene condivise.

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